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Il mondo di Janet Fischietto, ballerina di burlesque

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Scritto da Nina

Abbiamo intervistato Janet Fischietto, performer italiana di burlesque, per conoscere meglio il suo mondo fatto di paillettes, sensualità e luci. Attraverso questa conversazione, abbiamo avuto la possibilità di scoprire cosa la spinge a salire sul palco, a esplorare il proprio corpo e a sfidare le convenzioni sociali e gli stereotipi di genere. Quando si parla del ruolo politico e sociale del corpo delle donne è sempre interessante scoprire nuovi punti di vista, ed ecco perché abbiamo scelto proprio lei, una donna che ha deciso di rendere il corpo un mezzo per esprimere la propria essenza e la propria unicità.

Che lo spettacolo abbia inizio: le luci si abbassano e il sipario si alza. Buona lettura!

Janet Fischietto ballerina burlesque

Ciao Janet, per iniziare, ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo percorso come ballerina di burlesque a Milano? Da dove è partita la tua vocazione? 

Il mio percorso da ballerina di burlesque inizia da piccola con la danza classica; dai 12 ai 17 anni ho smesso, ero un po’ più maschiaccio in quel periodo, ma quando ho ripreso ho capito che il ballo faceva parte di me e del mio essere. Da quel momento la danza è diventata un modo per manifestare e raccontare la mia femminilità, ma anche per bilanciare la mia parte più maschile. In ognuna di noi queste due parti coesistono e creano un equilibrio in un gioco di sfumature unico e personale.

Questi sono stati i miei primi passi nel mondo della danza. L’idea di esibirmi invece è nata più tardi, quando ho iniziato a lavorare nei locali underground milanesi. Avevo 18 o 19 anni ed è stato un colpo di fulmine! Ricordo una serata in particolare: ho visto tutto questo scintillio, le esibizioni delle drag queen, i costumi, le interpretazioni e ho sentito dentro di me una chiamata e ho capito che era quello che volevo fare nella vita.

Così sono andata dall’organizzatore e ho detto “voglio lavorare qui, voglio fare questo, ditemi come devo fare”. Il mio era uno slancio sincero, un fuoco che mi aveva colpito all’improvviso e che mi faceva pensare che tutto fosse possibile. 

In generale non ho mai avuto grandi difficoltà a realizzarmi, ho trovato il modo per farlo soprattutto grazie alle drag queen, che mi hanno subito fatto sentire accolta e mi hanno insegnato tutto quello che c’era da sapere: come truccarmi, come acconciare i capelli, come abbinare i vestiti e gli accessori… Ed è così che ho iniziato. 

Il burlesque è spesso considerato un’arte che celebra la sensualità e l’auto-espressione. Qual è il tuo approccio personale e politico a questa forma d’arte?

Beh un po’ ti ho risposto già tra l’altro nella domanda precedente e posso arricchire dicendo che il mio approccio personale a questa forma d’arte è stato sicuramente quella freschezza e quella libertà dal giudizio. Sicuramente il mio background ha aiutato: mia madre mi ha sempre sostenuta in tutto ciò che mi piaceva fare, per farmi avere le possibilità che lei non aveva avuto. Avrebbe voluto cantare, io purtroppo non ho questo dono naturale, anche se la mia insegnante mi ha detto che tutti possono riuscirci, comunque l’ho presa in parola!

C’è questa convinzione che i genitori non dovrebbero riversare i propri sogni e le proprie ambizioni sui figli, perché questi progetti potrebbero diventare un peso pericoloso e insostenibile. Nel mio caso non è andata così, è stato stimolante e mi ha dato una grande spinta e un grande senso di libertà. Mi sono sempre sentita autorizzata a poter essere e diventare ciò che desideravo. Questo mi ha sicuramente aiutata a non avvertire mai la pressione del pubblico dall’altra parte o delle persone che mi circondavano. 

Ho sempre avuto le idee molto chiare: per me l’espressione personale è una cosa naturale e di questa ricerca della propria autenticità dovrebbe far parte anche la sensualità, in tutte le sue forme, uomo, donna o qualsivoglia genere. L’arte è arte e al suo interno non ci può essere spazio per i pregiudizi nei confronti del corpo, della parola o dei gesti. 

Quello che vorrei veramente trasmettere alle persone, durante i miei corsi o le mie esibizioni, è l’importanza e la bellezza di essere fedeli alla propria essenza.

Nel contesto dell’ipersessualizzazione del corpo femminile, il burlesque come può essere un mezzo per sfidare gli stereotipi e dare voce alle donne?

Che lo si voglia o meno, ogni nostra azione o scelta viene fatta in relazione a un contesto sociale, quindi, automaticamente, tutto quello che esponiamo e che portiamo in scena su un palco o nella vita di tutti i giorni, diventa politico

Io ho un’idea un po’ più romantica, per cui termini come stereotipi, sfida e ipersessualizzazione, mi risultano molto duri e difficili da analizzare. Per quanto mi riguarda, preferisco parlare di archetipi e di necessità di ritrovare una corrispondenza di questi modelli dentro di noi. Penso che la nostra responsabilità sia quella di creare un mondo interiore saldo, profondo e coscienzioso – nel senso proprio di conoscenza e consapevolezza di noi stessi – solo così possiamo riuscire a creare chiarezza, spontaneità e trasparenza anche al di fuori di noi. Se tutti si impegnassero in tal senso, forse non ci sarebbe più la necessità di sfidare gli stereotipi. 

So che sono concetti un po’ lontani da quello che ci si potrebbe aspettare come risposta a una domanda del genere, ma credo che se dobbiamo avere ancora a che fare con questo tipo di problemi, significa che forse il metodo in cui li stiamo affrontando non funziona e che andrebbe cambiato.

Janet Fischietto ballerina burlesque

Spesso il corpo femminile è oggetto di commenti e giudizi negativi, anche (e probabilmente soprattutto) online. Come gestisci le critiche e come incoraggi le donne a sentirsi bene nel loro corpo?

Questo è un argomento a me molto caro. Credo che sia importante conoscersi e sapere come anche le emozioni abitino il nostro corpo. Per essere in grado di accettare i commenti – qualsiasi commento dal “quanto sei bella”, “sei troppo bella”, “come sei brutta”, “oh mio Dio come sei magra” fino al “come sei grassa, ma guarda le gambe” – bisogna prima di tutto conoscersi e sapere come si muovono le nostre emozioni dentro di noi. 

Secondo me, prima di capire perché gli altri dicono certe cose, è fondamentale chiedersi: perché certe affermazioni ci feriscono? Perché ci sentiamo colpite dal giudizio altrui? Cosa ci porta a provare poco amore nei confronti di noi stesse? Trovare le risposte a queste domande ti aiuta a capire delle cose in più su di te. Si tratta di un percorso continuo e bellissimo, per il quale non esiste un’unica risposta. Però non è neanche giusto dire “chissenefrega”, perché tutte le cose che succedono hanno la propria dignità e meritano di essere prese in considerazione con pazienza e con amore. 

Il tuo lavoro può essere considerato una dichiarazione politica, non credi? In che modo pensi che possa influenzare il dibattito pubblico sulla sessualità e l’immagine del corpo femminile?

La dichiarazione politica è come noi viviamo le piccole e grandi azioni di tutti i giorni. Quello che conta è che ogni presa di posizione nasca dalla nostra etica personale e che non ci arrivi semplicemente da qualcosa di costruito, impacchettato e consegnatoci da qualcun altro. Tutti i cambiamenti esteriori dovrebbero nascere da una consapevolezza interiore.

Quello che è importante è avere una propria opinione su tutto, ma essere sempre disposti a mettere in discussione le proprie convinzioni. Ciò che conta è rimanere in ascolto del proprio corpo, della propria mente e del proprio cuore per poter coltivare una etica personale coerente.

Ovvio che ci saranno sempre delle contaminazioni da parte del mondo che ci circonda, perché vivere significa relazionarsi con altre persone che hanno pensieri, opinioni e vissuti diversi dai nostri. Quindi, come dico sempre anche nella danza, ginocchia morbide sempre pronti a cambiare idea con rispetto per se stessi e per gli altri.

A mio parere il burlesque è un tipo di performance poco conosciuta, non ho mai sentito un’amica dirmi “stasera non ci sono vado a vedere uno spettacolo burlesque” secondo te, perché? 

In Italia questo è sicuramente dovuto a una questione storico-culturale, perché negli Stati Uniti, dove il genere è nato e cresciuto, è molto diverso. Negli Stati Uniti questa disciplina ha avuto degli alti e bassi: tra gli anni ’50 e ’80 ha avuto questa nota degenerante, che ha portato alla nascita degli strip club e a una danza un po’ più vicina alla pornografia esplicita. Con l’avvento delle pin-up prima e di Playboy dopo, il burlesque è stato ricontestualizzato abbandonando gli strip club per tornare alle performance artistiche sui palchi. Negli anni ’90 finalmente è tornato a essere quello che conosciamo oggi, anche e soprattutto, grazie a Dita Von Tese e alla sua insegnante Catherine D’Lish, che le ha passato in eredità il calice gigante. 

In Italia tutto questo lavoro di “background” non c’è stato, nei cafè chantant o cafè-concert sono apparse le sciantose, le prime showgirl di inizio secolo, che ballavano e cantavano. Nel nostro paese la presenza così forte della religione non ha permesso che questo genere prendesse facilmente piede. Ci sono sempre stati un sacco di pregiudizi, sia nei confronti di chi si esibiva, sia di chi assisteva agli spettacoli. Il burlesque quindi è sempre stato tenuto un po’ nascosto e, ancora oggi, viviamo questo stigma: andare a vedere delle donne nude che si esibiscono è un peccato che si vive con senso di colpa e non con leggerezza. Per lo meno io la penso così, anche se sicuramente le questioni da toccare sarebbero anche molte altre.

Janet Fischietto ballerina burlesque

Qual è stata la tua performance burlesque più memorabile o divertente e cosa l’ha resa così speciale? 

L’emozione più grande e la mia performance più memorabile è stata quella al Winter garten di Berlino, il luogo iconico per eccellenza per il burlesque. Potermi esibire su quel palco è stata una bellissima conquista. Ma è stata una soddisfazione anche portare il mio spettacolo oltreoceano, o avere la possibilità di esibirmi davanti a un pubblico amplissimo in Giappone a Tokyo. Devo dire che ogni luogo mi ha regalato un’emozione diversa che andava di pari passo con quello che era il contesto socialeGrazie al burlesque ho imparato molto dei popoli davanti ai quali mi sono esibita e delle nazioni e delle città che mi hanno ospitato

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni il pubblico è iper allenato, mentre non è così in tante città europee. Ho lavorato spesso in Cina, dove c’è molto senso del pudore, anche rispetto al provare o comunicare i propri sentimenti, poi non voglio generalizzare, si tratta di quella che è stata la mia esperienza. Mentre in Germania, dove magari si potrebbe avere l’impressione di trovarsi davanti un popolo un po’ freddo nell’esposizione delle proprie emozioni, hanno una bella base di conoscenza del genere. Ogni sera il pubblico arrivava ed era come se fosse già inconsciamente istruito e quindi ho avuto una bellissima risposta.

Immagino che ci siano stati momenti in cui le cose non sono andate esattamente come previsto sul palco.

Ci sono tanti ricordi divertenti: una volta facevo uno show che includeva l’utilizzo di una banana su cui mettevo dei glitter prima di salire sul palco. Quindi, prima di ogni spettacolo, compravo un bel casco di banane e per me questo era diventato un rituale di buon auspicio. E questa cosa era diventata anche un’occasione di condivisione, perché nel backstage qualcuno ha sempre fame e la banana è qualcosa che ti dà subito una bella grinta. 

Prima di ogni spettacolo compravo un intero casco per poter scegliere la banana perfetta: la più lunga, la più bella e quella con la forma più riconoscibile anche dagli spettatori più lontani dal palco. 

Hai qualche aneddoto o incidente divertente da condividere con noi?

Mi ricordo una volta in cui mi dovevo esibire e con me c’era anche una band francese, come di consueto, ho poggiato le banane nella mia postazione e quando sono tornata ho trovato solo le bucce. Sul momento mi sono arrabbiata con una pazza, perché ,se me le avessero chieste le avrei sicuramente offerte, ma così invece non potevo più fare il mio show. Feci un vero dramma, ma oggi se ci ripenso mi fa molto ridere.

Un altro ricordo è quello della mia prima esibizione in cui non mi si aprì il reggiseno sul finale, che nel burlesque e soprattutto nel mio numero era un po’ l’highlight di tutto. Ero giovane, avrò avuto circa 21 anni, e slacciarsi il reggiseno non era ancora un gesto meccanico. All’epoca per me era veramente un gesto se vogliamo dire quasi politico, di ribellione, mentre oggi fa parte della routine. Ecco, forse mi hai fatto riflettere sul fatto che mi manca un po’ questo brivido, questo potere di ribellione di un semplice gesto, e ora voglio ricercarlo all’interno del mio corpo per poterlo ricondividere con il mio pubblico!

Se potessi invitare chiunque, morto o vivo, a vedere una delle tue performance, chi sarebbe e perché?

Più che davanti a una persona o a un personaggio specifico, il mio desiderio sarebbe sempre stato di esibirmi in un’atmosfera che oggi non c’è più, quella degli anni in cui il burlesque prendeva per la prima volta piede.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, mi piacerebbe essere una bally girl di Barnum & Bailey, il circo itinerante più conosciuto e famoso al mondo. Mi piacerebbe provare l’esperienza di far parte di uno dei side show degli anni ’20, dove l’imbonitore presentava lo spettacolo di queste bellissime donne senza veli che svelavano lentamente il loro corpo a tempo di musica. Ecco, io vorrei essere la donna tatuata che fa burlesque davanti agli spettatori dell’epoca.

Oppure mi piace immaginare la storia di Janet Fischietto, una ragazza italiana che negli anni ’20 approda negli Stati Uniti e inizia la sua carriera nei teatri di varietà di Broadway, lavorando per Minsky, il più grande produttore e coreografo dell’epoca che faceva questi spettacoli di burlesque meravigliosi. Insomma, se dovessi esprimere un desiderio mi piacerebbe vivere quel momento di grande fervore, di grande scoperta e di infinite possibilità che ha portato alla nascita del burlesque.

Grazie Janet, è stato bello poter scoprire il tuo mondo e la tua storia. 

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