Non sapevo cosa aspettarmi quando salii su quel traghetto che da Copenaghen portava a Stoccolma. Avevo bisogno di una pausa, di allontanarmi dalla mia vita quotidiana, dalle scadenze, ma soprattutto dalle delusioni sentimentali che mi avevano colpito negli ultimi mesi. Non immaginavo quello in cui mi stavo imbarcando, in tutti i sensi! Dopo aver prenotato avevo scoperto online che il traghetto era stato ribattezzato “Trombonave”, un nome che era tutto un programma.

Quando misi piede sulla barca, capii subito che il nome era azzeccatissimo: il bar era pieno di gente pronta a far festa, c’era chi beveva, chi ballava e chi cercava di flirtare attorno all’improvvisata pista da ballo. Nell’aria si percepiva la voglia di divertirsi e di trasgredire e io, per quanto ormai single, mi sentivo un po’ in imbarazzo.

Non sono mai stata una festaiola, però ormai ero lì, ci avrei passato le prossime dieci ore e, a giudicare dal volume della musica, anche andando a nascondermi in cabina non avrei potuto stare lontana dalla festa. Quindi decisi di cercare un po’ di coraggio liquido per non farmi bloccare dalla timidezza.

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Mi diressi verso il bar e ordinai un margarita, “bello forte”, aggiunsi con un sorriso incerto rivolta al barista. Il salone si stava riempiendo, il traghetto aveva preso il largo e la festa stava entrando nel vivo con l’arrivo di un dj. Mi misi in un angolo, cercando di nascondermi nell’ombra per osservare la gente che ballava in pista.

Gli ultimi mesi erano stati un po’ complicati: Stefano mi aveva lasciato dopo quattro anni per un’altra donna, il lavoro era diventato la mia unica valvola di sfogo e, per di più, non ricordavo l’ultima volta che avevo fatto sesso. L’idea di lasciarmi andare e di vivere una serata fuori dai miei schemi mi stuzzicava e non poco. Soprattutto perché nessuno mi conosceva e potevo essere chi volevo.

Ero immersa in questi pensieri quando mi si avvicinò un uomo: alto, con la carnagione un po’ scura e dei profondissimi occhi nocciola. Si presentò “Ciao, mi chiamo Jorge, encantado!”, era un ingegnere argentino, in vacanza in Europa per l’estate e parlava molto bene italiano, perché i suoi nonni erano toscani.

Iniziammo a chiacchierare, il suo sguardo era fisso su di me, sembrava osservare ogni mio movimento come per cercare di leggermi dentro. Ero in imbarazzo, ma mi sentivo anche attratta dal suo modo di fare così affascinante e sicuro di sé. Mentre mi parlava le sue mani mi sfioravano i fianchi con delicatezza e, con la scusa del rumore, le sue labbra si avvicinavano al mio orecchio per parlarmi. Il calore del suo respiro sulla mia pelle mi faceva venire i brividi, rendendomi sempre più eccitata e meno schiva.

Eravamo stati a parlare, bere e ballare tutto la notte. Quando all’improvviso mi prese per mano e mi disse: “Vieni sul ponte, voglio vedere il sorgere del sole con te”. Lo seguii, senza esitare. Il vento ci scompigliava i capelli, il freddo ci tagliava la pelle, ma lo spettacolo del cielo sopra di noi era incredibile: un momento magico, surreale, che mi faceva sentire viva come non mi accadeva da tempo.

Ci sedemmo su una panchina, abbracciati per proteggerci dal freddo, a guardare il sole che sorgeva all’orizzonte. Non so da quanto eravamo lì, ma sentire il suo corpo muscoloso e caldo accanto a me, mi faceva pensare solo a quanto avessi voglia di sentirlo dentro di me. Così raccolsi il coraggio e gli sussurrai: “Fammi godere”.

Lui mi guardò in silenzio, per un tempo che mi parve una vita intera, poi un fuoco gli si accese negli occhi e un’espressione di puro desiderio gli illuminò il viso. Iniziò ad accarezzarmi, a baciarmi il collo, a mordicchiare ogni centimetro di pelle scoperta. Dopo qualche minuto mi prese per mano e mi portò dentro la nave, giù fino al piano dove si trovava la sua cabina. Non avevamo chiuso ancora la porta alle nostre spalle che mi saltò praticamente addosso.

Mi spogliò velocemente, quasi mi strappò i vestiti di dosso, e subito prese a leccarmi con fame e passione, mentre mi spingeva sul letto alle mie spalle. Le sue dita mi penetrarono con decisione, facendomi gemere di piacere e sorpresa. Lui continuava a muoversi dentro di me, a toccarmi, a massaggiarmi. Jorge mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi la figa, la sua lingua mi faceva impazzire,succhiandomi il clitoride, mentre le sue dita continuavano a penetrarmi sempre più velocemente.

“Non smettere, ti prego” lo implorai. Lui mi guardò negli occhi, con un sorriso malizioso. “Non preoccuparti, chica”, disse, “ti farò godere come non ha mai fatto nessuno prima”. Mi fece sdraiare sulla schiena, mi sollevò le gambe e si posizionò sopra di me. Il suo cazzo era in tiro, duro e pronto a penetrarmi. Lo guardai con desiderio: “Prendimi, fammi tua ti prego”, lo implorai. Lui mi afferrò le caviglie e mi penetrò con un colpo secco, facendomi gridare.

La mia figa si abituò quasi subito al suo cazzo e quel suo modo di fare forte e violento mi fece bagnare ancora di più. Dopo qualche secondo iniziò a muoversi dentro di me, con intensità. Dopo tanto tempo mi sentivo di nuovo eccitata, scossa dalle mie voglie e dal piacere.

Il suo cazzo mi sfregava il punto G, facendomi urlare, mentre lui mi guardava negli occhi, con un’espressione di piacere puro. Il suo corpo si contorceva contro di me, sopra di me. Potevo sentire il suo odore addosso e la sua saliva che mi bagnava il collo e il seno. Le sue mani mi accarezzavano, avide e forti, mi stringeva la pelle e la carne fino quasi a farmi male. Mi faceva sentire totalmente in suo possesso, il suo personale giochino.

Jorge mi sussurrò all’orecchio: “Ora voglio sentirti venire.. e voglio che gridi il mio nome”. Feci segno di sì con la testa e lui riprese subito a muoversi dentro di me con più forza, aumentando il ritmo dei suoi colpi. L’idea di essere desiderata e scopata in quel modo da un perfetto sconosciuto mi fece perdere totalmente la testa. Il mio corpo iniziò a tremare e a contrarsi, pronto a esplodere in un orgasmo intensissimo.

Gridai il suo nome, con tutta la forza che avevo nei polmoni: “Jorge, Jorge, Jorge…” un suono strozzato come una cantilena mi uscì dalle labbra. “Non smettere, ti prego” lo implorai. Lui continuò finché anche il suo corpo non prese a tremare di piacere, fino ad esplodere. Tirò fuori il cazzo giusto in tempo per riempirmi la pancia con il suo sperma caldo.

Dopo poco mi baciò teneramente sulla bocca e mi passò un asciugamano per pulirmi. Restammo per un po’ così, abbracciati, esausti ma felici, osservando dall’oblò il sole, ormai alto in cielo. Poi l’annuncio dall’altoparlante ci riportò alla realtà: la nave stava attraccando a Stoccolma. Dovevamo prepararci per uscire e raggiungere il ponte.

Ci vestimmo in fretta, con un sorriso ebete stampato sul viso. Ci baciammo, con passione, con desiderio, con amore. Ci promettemmo di rivederci, di non perdere mai quel contatto, quella connessione. Scendemmo dalla nave, mano nella mano, con il cuore che batteva forte. La città ci accolse con il suo freddo, con il suo grigio, con la sua indifferenza. Ma noi eravamo felici, innamorati, vivi. Ci salutammo con un bacio e una promessa: saremmo tornati alle nostre vite e alla nostra normalità, ma avremmo portato per sempre nel nostro cuore il ricordo di quella notte incredibile.

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