Lo specializzando che mi insegnò ad amarmi

Il congresso di medicina era sempre una buona occasione per staccare dalla solita routine. Negli ultimi anni mi ero dedicata anima e corpo alla carriera, lavorando sodo per diventare primario all’ospedale. Anche mio marito aveva seguito la sua strada professionale, e insieme ci eravamo resi conto che il lavoro aveva finito per assorbire ogni spazio della nostra vita privata. Non c’era più spazio per noi, ma solo per le nostre carriere.

Quel giorno, dopo aver tenuto il mio speech, mi sentivo euforica e allo stesso tempo esausta. Ero lì, in quell’enorme sala piena di gente e mi sentivo terribilmente sola. Mentre stavo per uscire per prendere una boccata d’aria, mi avvicinò un uomo affascinante, con un sorriso smagliante e una pelle scura e luminosa. “Dottoressa, il suo intervento è stato straordinario,” disse con un accento che tradiva origini lontane. Si presentò, si chiamava Alfred, era uno specializzando di cardiochirurgia del Ghana, venuto qui per terminare una ricerca congiunta con un ospedale italiano.

Mi guardava con ammirazione e rispetto, in quel momento mi sentii davvero importante. Gli sorrisi e accettai il suo invito per discutere di alcune nuove procedure davanti a un bicchiere di vino. La scintilla era scattata e lo sapevamo entrambi. Ci sedemmo al bar dell’hotel, un posto tranquillo dove le luci soffuse creavano un’atmosfera intima. Parlando, scoprimmo di avere molte cose in comune, oltre alla passione per la medicina.

Alfred aveva un modo di parlare che mi incantava e il suo sorriso mi faceva sentire speciale e desiderabile, come non mi succedeva da tempo nel mio matrimonio. Ogni sua parola, ogni suo gesto, era un invito a lasciarmi andare, a dimenticare per un attimo la mia vita monotona. Avevamo bevuto già mezza bottiglia di vino, quando le nostre mani si sfiorarono per un secondo. Sentii un brivido percorrermi la schiena, una sensazione che non provavo da tempo. Alfred mi guardava negli occhi e in quello sguardo c’era un desiderio profondo, un’attrazione che non potevo ignorare.

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La tensione cresceva e sapevo che la serata non sarebbe finita lì. “Vuoi cenare con me?” mi chiese, con una voce che mi fece tremare le gambe. “Sì,” risposi senza esitazione. La cena fu un susseguirsi di sguardi, sorrisi e parole sussurrate. Ogni portata era un pretesto per sfiorarsi, per toccarsi. La sua mano sulla mia, le sue dita che accarezzavano le mie, il suo piede che cercava il mio sotto il tavolo. La tensione tra noi era palpabile e ogni minuto che passava mi faceva sentire un po’ più libera e disinibita.

“Hai mai pensato di lasciare tutto e ricominciare da capo?” mi chiese Alfred, fissandomi negli occhi con una calma disarmante. “Sì, spesso,” risposi, sentendo un nodo stringermi la gola. “Ma la vita non è sempre come la vorremmo.” “Forse è arrivato il momento di cambiare,” disse lui, avvicinandosi. “Di prendere ciò che desideri, senza temere le conseguenze.” Le sue parole mi colpirono come un fulmine. Da quando il mio nome era diventato noto nel panorama medico, nessuno aveva osato parlarmi con tanta schiettezza. Tutti usavano toni rispettosi, quasi timorosi. Ma lui no. Alfred, uno studente che aveva ancora tutta la vita davanti, mi parlava senza paura, libero da ogni filtro. Fu in quel momento che capii: l’unica cosa che desideravo era lui. Non la carriera, non il prestigio, ma il suo corpo, la sua passione, la libertà che lui rappresentava.

La cena finì e decidemmo di bere un ultimo bicchiere in camera mia. Non c’era più tempo per i dubbi o le incertezze. Volevo sentirmi viva e lui era la mia occasione. Entrammo nella stanza e l’atmosfera cambiò immediatamente. Le luci soffuse, il letto grande, il silenzio che parlava di desiderio. Ci guardammo per un istante, poi lui si avvicinò e mi baciò. Un bacio lungo, profondo, che mi fece girare la testa.

Sentii le sue mani sui miei fianchi, il suo corpo contro il mio e io mi lasciai andare, dimenticando tutto il resto. “Voglio farti godere,” mi sussurrò, mordendomi il lobo dell’orecchio. “Sì,” risposi, con un gemito. Le sue mani scivolarono sotto la mia gonna, accarezzandomi le cosce. Sentii un brivido di piacere corrermi lungo la schiena. Le sue dita si fermarono sull’elastico dei miei slip, e poi, lentamente, li abbassarono. Ero nuda, esposta, e lui mi guardava con desiderio.

Mi spinse sul letto e si inginocchiò davanti a me, le sue mani sulle mie cosce, i suoi occhi fissi nei miei. Mi lasciai andare, seguendo solamente le sensazioni, sentivo il suo respiro caldo sulla pelle e ogni sua carezza mi faceva tremare di desiderio. Le sue labbra si posarono sulla mia figa. Un gemito mi sfuggì dalle labbra, non ero più abituata a un uomo che andasse direttamente al sodo, prendendosi quello che voleva in camera da letto. Iniziò a leccarmi con delicatezza, la sua lingua esplorava ogni angolo, ogni piega, come per controllare quali fossero i punti giusti da toccare.

La sentivo muoversi lentamente, disegnando cerchi perfetti attorno al mio clitoride, poi più velocemente, spingendo con più decisione. Mi stava facendo impazzire. Chiusi gli occhi, non so da quanto tempo non facevo sesso, sicuramente erano passati mesi dall’ultima volta che mio marito mi aveva scopato e forse anni, dall’ultima volta che avevamo fatto sesso orale. Cercai di non pensare alla tristezza in cui avevo vissuto negli ultimi anni e mi concentrai sul momento.

Le dita di Alfred si unirono alla danza, penetrandomi dolcemente, poi più a fondo, con movimenti ritmici che mi stavano facendo perdere la testa. “Mi piace sentirti così bagnata,” mi disse, guardandomi negli occhi. “Sei bellissima.” “Continua,” gemetti, afferrandogli i capelli e spingendogli la testa contro la mia figa. “Non smettere, ti prego.” Le sue dita continuarono a muoversi, prima lentamente, poi più velocemente. Alfred sapeva esattamente come toccarmi e dove toccarmi per farmi impazzire. La sua lingua si muoveva in cerchi perfetti, sfiorando il mio clitoride con delicatezza, poi allontanandosi e facendomi gemere di impazienza.

Era tutto così naturale tra noi, come se i nostri corpi si conoscessero da sempre. “Voglio scoparti,” mi disse, guardandomi negli occhi. “Voglio sentirti venire.” “Sì,” risposi, con un gemito. “Ti voglio dentro di me.” Si alzò, sfilandosi i pantaloni e i boxer. Il suo cazzo era bellissimo, duro e pronto per me. Aveva un fisico da ventenne, muscoloso e tonico, come una statua. Mi sentivo a disagio, non avevo più il corpo di una ragazzina e trovarmi davanti a lui mi faceva venire qualche complesso. Come se mi avesse letto nel pensiero mi disse: “Sei bellissima. Così affascinante… Non smetterei mai di guardarti e baciarti”.

Alfred mi fece allargare le gambe e si mise sopra di me, le sue mani sui fianchi e gli occhi fissi nei miei. Mi penetrò lentamente, centimetro dopo centimetro. Gemetti di piacere, sentendo il suo corpo contro il mio, il suo cazzo che mi riempiva completamente. Le sue spinte erano profonde, ritmiche, ogni suo movimento era come una scossa di piacere. Mi penetrava con decisione, poi con più dolcezza, cambiando angolazione, per farmi godere ancora e ancora. Sentire le sue mani sul mio corpo che mi accarezzavano e mi esploravano mi fece sentire viva, bella e apprezzata, come non succedeva da troppo tempo.

Era tutto perfetto, tutto giusto. “Più forte,” gemetti, afferrandogli i fianchi e aggrappandomi completamente a lui. “Scopami più forte.” I suoi movimenti divennero più veloci, più intensi, portandomi al limite del piacere. Sentivo il suo cazzo dentro di me, le sue spinte che mi facevano tremare, il suo corpo che si muoveva in sincronia con il mio. Non c’era più spazio per i pensieri, solo per il piacere e il desiderio.

Ogni movimento mi portava sempre più vicina all’orgasmo. “Voglio venire insieme a te,” mi sussurrò, guardandomi negli occhi. “Sì,” risposi, con un gemito. “Vieni con me.” Le sue spinte divennero più veloci e intense, mi sentivo desiderata e la cosa mi fece perdere completamente la testa. Il mio fiato si fece più corto, quasi strozzato, mi aggrappai con le unghie alla sua carne e assecondai i suoi movimenti. Poi, finalmente, sentii il piacere esplodere. Venni con un grido, Alfred continuò a muoversi, spingendo sempre più forte, finché non venne anche lui, con un gemito profondo.

Restammo così, abbracciati, i nostri corpi sudati e appagati. Era stato perfetto, un momento di pura estasi. Mi sentivo viva, finalmente viva. Nei giorni successivi, mi pentii di quello che avevo fatto. Raccontai tutto alla mia amica, cercando di giustificarmi e di trovare una scusa che mi facesse sentire meno in colpa. Ma sapevo che non era necessario: avevo sbagliato a tradire mio marito, ma per una volta aveva fatto qualcosa per stare bene. E in questo non trovavo nulla di sbagliato.

Cercai di ravvivare il rapporto con mio marito, di ritrovare la complicità che avevamo perso. Ma lui era troppo preso dal lavoro, troppo distante. Mi sentivo sola, di nuovo. Era arrivato il momento di pensare a me stessa, di prendere quello che volevo, senza pensare alle conseguenze. Decisi di scrivere un messaggio ad Alfred, invitandolo a raggiungermi in albergo durante la prossima convention in città. Perché meritavo di più, meritavo di essere felice e di sentirmi viva. Non avevo bisogno di Alfred, ma avevo bisogno di ritrovare me stessa, di mettermi di nuovo al centro della mia vita, non la carriera, ma il mio benessere.

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Prima del mio nuovo incontro con Alfred parlai con mio marito. Fu un fulmine a ciel sereno per lui. Non immaginava che mi sentissi così sola nel nostro matrimonio, ma semplicemente mi lasciò andare. Non lottò per noi, aveva altre priorità e tra queste non c’ero io. Ci lasciammo, affittai un appartamento poco lontano dall’ospedale e mi ci trasferii dopo pochi giorni. Era il momento di prendere in mano la mia vita e tornare a essere finalmente felice. Non sapevo se Alfred sarebbe stato lì, al mio fianco, a condividere questo nuovo cammino, ma non mi importava. Perché meritavo di più, meritavo di essere felice, di sentirmi viva. E questa era la mia occasione, la mia possibilità di essere me stessa e di sentirmi finalmente libera.

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