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Un guardone nel campus

L’aria era pesante, carica di quell’elettricità che precede sempre un temporale. La scuola, un imponente edificio di mattoni rossi, era quasi deserta. Era tardi, le lezioni erano finite da un pezzo e solo qualche professore ritardatario si aggirava ancora per i corridoi. Io, però, ero lì per un altro motivo.

Avevo notato da giorni quella ragazza, una nuova studentessa nel nostro piccolo campus universitario. Veramente particolare, capelli corvini e occhi verdi. Ma è il suo sguardo, quel misto di innocenza e malizia, che mi aveva colpito. L’avevo seguita, mantenendomi sempre a debita distanza, fino alla palestra.

Lo spogliatoio con le docce era vecchio, come tutto il resto della scuola. Le piastrelle erano screpolate, i rubinetti arrugginiti e le porte delle cabine non si chiudevano bene. Ma a me non importava. Era il luogo perfetto per il mio scopo. Mi ero nascosto nella doccia accanto alla sua, il cuore che batteva forte nel petto.

Sentivo la sua voce concitata mentre parlava al telefono. Stava raccontando a un’amica di un ragazzo che le piaceva, di come fosse emozionata all’idea di vederlo quel pomeriggio. La salutò e le disse che ora doveva prepararsi, prima di andare da lui. La sua voce mi eccitava, ma io ero lì solo per guardare. Per godere dello spettacolo che mi stava offrendo. E così, mentre lei si spogliava e accendeva il getto d’acqua, ho iniziato a spiarla. Attraverso quel buco nella parete, ho potuto vedere il suo corpo nudo, le sue curve sinuose, il suo seno sodo.

La sua pelle era morbida e liscia, così invitante. Volevo toccarla, sentire il calore del suo corpo sotto le mie dita. Ma non potevo. Volevo guardarla e godermi la scena che mi stava offrendo. Mentre si spalmava il bagnoschiuma sul corpo perfetto ha iniziato a massaggiarsi, prima dolcemente, poi con più foga. Probabilmente stava pensando al ragazzo di cui parlava con l’amica.

Ha iniziato dal seno, poi è scesa lungo la pancia per arrivare al monte di venere. Il suo respiro si faceva sempre più affannoso, i suoi gemiti sempre più forti. Stava godendo e voleva avere un’orgasmo. E io ero lì, spettatore di questa magia. Avrei voluto aiutarla, leccarle la figa, succhiarle il clitoride. Ma potevo solo osservarla. E più la guardavo, più mi eccitavo e più volevo toccarmi.

Ma non potevo. Non ora. Dovevo aspettare, godermi lo spettacolo fino in fondo. E così ho fatto, mentre lei continuava a gemere, a dimenarsi, a godere. Fino a quando, finalmente, ha raggiunto il culmine del piacere. Soffocando un gemito che mi fece quasi perdere la testa. Una volta finito la doccia, si è asciugata, vestita e se n’è andata.

Mentre la guardavo andare via, ho sentito un misto di eccitazione e frustrazione. Volevo di più, avevo bisogno di averne di più.

E così, mentre uscivo dagli spogliatoi, ho continuato a seguirla. Volevo vedere dove andava, cosa faceva. Volevo godermi lo spettacolo ancora una volta.

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L’ho seguita fino alla palestra, dove si è incontrata con un ragazzo, probabilmente quello di cui stava parlando al telefono. Era un tipo alto, muscoloso, con un sorriso da far innamorare chiunque. Ma a me non importava. Io ero lì solo guardare.

Così mi sono nascosto dietro una pila di materassi, da dove potevo vedere tutto senza essere visto. Li ho visti mentre iniziavano a baciarsi e toccarsi. Li ho visti mentre si spogliavano e lui la sbatteva sulla panchina e la faceva sua. Non potevano immaginare che a quell’ora ci fosse ancora qualcuno a scuola.

Il suo corpo era ancora più bello di quanto avessi intravisto dal buco nel muro. Le sue curve erano sinuose, il suo seno sodo e il suo sedere perfetto. Avrei voluto essere io quel ragazzo, per poterla prendere con forza, proprio come lui. Ma ero lì solo per guardare.

E così sono rimasto nascosto a osservarli mentre continuavano a fare l’amore, a godere l’uno dell’altra. Il suo respiro affannoso, i suoi gemiti di piacere, mi eccitavano, mi facevano desiderare di più. Mi godevo lo spettacolo che mi stava offrendo di nuovo, come se fosse fatto apposta per me.

Mentre li guardavo andare via, ho sentito un misto di eccitazione e frustrazione. Volevo di più, ma sapevo che non potevo, che dovevo accontentarmi di quello che avevo avuto.

Allora, con il cuore che batteva forte nel petto, mi sono allontanato, soddisfatto di quello che avevo visto, desideroso di rivivere quelle emozioni ogni volta che volevo. Bastava chiudere gli occhi e lei sarebbe stata lì, a mostrarsi in tutta la sua bellezza.

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