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Straordinari

aurora

Scritto da Aurora

giorgio

Letto da Giorgio

Venerdì sera. Sembra incredibile, ma un’altra settimana sta finendo; e mentre tutti lasciano l’ufficio un poco per volta, io resto qui inchiodato alla mia poltrona a controllare che ogni cosa resti al suo posto. Come si dice… “da un grande potere derivano grandi responsabilità”.
Inizio a sentire il peso delle nottate passate davanti allo schermo del computer che mi abbassa le palpebre, ma non ho tempo di avere sonno: progetti da revisionare, contratti da firmare, scartoffie, scartoffie, ancora scartoffie. 
Mi passo le mani sul viso e mi sfrego gli occhi. 


Osservo sfilarmi davanti l’ennesimo gruppo di impiegati. Si allentano le cravatte, gettano la giacca sulle spalle e spariscono, vociando, in fondo al corridoio… è evidente che vanno a divertirsi. 
Mi volto verso la finestra, aspettando di vederli passare in strada, qualche piano più in basso, dove Milano si è già accesa di luci e di rumori. Sospiro e tiro fuori dal cassetto della scrivania un pacchetto di sigarette; me ne infilo una in bocca e la accendo. In fondo è il privilegio di essere il capo e di essere rimasto del tutto solo.


Quasi.Sento il tonfo attutito dei tuoi tacchi sulla moquette dell’ingresso e sorrido. 
In fin dei conti non mi dispiace così tanto questa dipendenza dal lavoro. Perché amo quello che faccio, certo… ma per un altro motivo fondamentale: tu. 
Mi volto verso il corridoio e ti inseguo con lo sguardo, mentre ondeggi sulle scarpe alte davanti alla parete di vetro del mio ufficio fino alla tua scrivania. Stringi al petto una cartella di documenti e i tuoi seni sembrano voler scoppiare dalla camicetta. Il modo in cui la gonna ti aderisce ai fianchi larghi, in cui riesco ad intravedere il tuo intimo sottile sotto la stoffa… vorrei solo poter stringere il tuo culo tra le mani. 


Lancio un’occhiata alla pila di fascicoli sulla scrivania, poi all’orologio. Chiedo manforte al mio buon amico Elvis Presley e faccio partire un album di Greatest hits dalle casse del computer. Intanto, spengo la sigaretta nel posacenere e controllo che l’erezione non sia troppo visibile tra le mie gambe. Poi mi decido finalmente a raggiungere la tua postazione, con passi lenti e decisi. 
Sei china sull’agenda, i capelli castani, raccolti sulla nuca ti lasciano scoperto il collo… rabbrividisco di piacere all’idea di passarci sopra la bocca. Ti vedo accavallare nervosamente le gambe e rigirarti la penna tra le labbra. Quella penna…
“Gli ultimi superstiti, anche stasera…” 


Non mi degni di uno sguardo; anzi mi rimproveri per aver fumato ancora nello studio. Una scarica di eccitazione mi attraversa la schiena. Non so se è più la tua reticenza o il tuo profumo a mandarmi fuori di testa. 
“Concedimi qualche vizio… tu non ce l’hai?” 
Tento di nuovo, ma tu ti stringi nelle spalle. Continui a mordicchiare la penna senza pietà. Non capisco se lo fai apposta, se vuoi provocarmi. So solo che più tenti di ignorarmi, più mi sento sopraffare dalla voglia di afferrarti, sbatterti contro il muro e affondare la bocca tra le tue gambe, leccarti fino a farti perdere la voce. 


Quando finalmente sollevi gli occhi su di me, occhi scuri, timidi – eppure maliziosi – mi rendo conto di averti fissato in silenzio come uno stalker. Scoppi a ridere, ti mordi appena il labbro. Hai labbra sottili, naturali. Ho voglia di baciarti. Mi chiedi se c’è qualcos’altro che puoi fare per me. 
Ti tendo la mia mano. “Beh, è venerdì sera… balliamo.” 
Mi guardi dubbiosa e io continuo a sorriderti per nascondere il desiderio di te che mi martella sotto la cintura. 
Elvis sta cantando e ti decidi a prendermi la mano; ti attiro a me e ti faccio scivolare una mano sul fianco. Ci muoviamo attaccati nel corridoio semibuio. Il tuo profumo…


Ti stringo più forte. Ora è impossibile che tu non ti sia accorta della mia erezione. Appoggi la testa sulla mia spalla, lasciando il collo nudo alla mercé della mia bocca. Sento un velo di pelle d’oca formarsi sotto alle mie labbra e inizi a respirare più forte. Allora le mie dita scivolano dai tuoi fianchi alle tue natiche per afferrarle con forza. Il gemito che ti sfugge dalle labbra fa andare in pezzi l’ultimo briciolo di lucidità che mi è rimasto. 
Ti volto; il tuo corpo caldo e pieno contro il mio. Con una mano ti stringo il seno, lo tiro fuori dalla camicetta; con l’altra ti sollevo la gonna e accarezzo le cosce fino a risalire all’inguine. Tu ti strofini su di me in un ballo sensuale che rischia di farmi esplodere ancor prima di essermi slacciato i pantaloni. Poi – con un unico gesto – ti pieghi sulla scrivania, spazzi via l’agenda, le cartelle, il portapenne dal ripiano e ti pieghi a novanta. Ti sciogli i capelli e mi guardi. 
Non resisto più. Mi inginocchio sotto di te, ti abbasso le calze, ti sposto le mutandine.


Affondo la lingua nella tua fica morbida e bagnata e ti sento sussultare. Ti aggrappi alla scrivania, cerchi di trattenere un gemito. Ti tengo stretta per le natiche, mentre entro dentro di te. Ti sculaccio piano. Quando ti sento godere, ti sculaccio più forte. Mi chiedi di farlo ancora. Lo farei all’infinito. Mi basta sentirti godere. 
Mi slaccio freneticamente i pantaloni e mi prendo il cazzo in mano. Non penso di averlo mai sentito così duro. Mi masturbo con forza, mentre continuo a leccarti, a stringerti, a sentire la tua voce riecheggiare tra i corridoi vuoti. 


Le tue dita si intrecciano ai miei capelli. Mi spingi contro di te. Ti sento ansimare il mio nome, mentre la mia bocca è ancora su di te. Tremi forte e soffochi un grido di piacere nell’incavo del braccio. Ti sento venire e non riesco a trattenere un orgasmo lungo ed intenso. 
Per qualche istante, rimango immobile sulla moquette, in ginocchio, ad osservarti mentre ti rivesti. Hai i capelli scompigliati, gli occhi lucidi e le guance rosse di piacere. 


Con calma mi tiro su i pantaloni e, mentre ti aiuto a raccogliere le tue cose da terra, mi accorgo che la playlist di Elvis sta continuando a scorrere.
Mi dirigo di nuovo verso il mio ufficio, la mia enorme pila di scartoffie e la mia sigaretta. Ti sorrido, ma tu sei già tornata china sull’agenda. 
Prima che varchi la soglia, però, mi richiami. Con un sorriso malizioso – come se mi avessi letto nel pensiero – mi ricordi che in ufficio non è permesso fumare. 
Mi chiudo la porta alle spalle e sorrido. In fin dei conti, penso che questi fine settimana di straordinari non siano affatto male. 

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