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Cortocircuito

La nebbia pesante sui prati umidi faceva l’effetto di viaggiare in una bolla.
Loro, uno di fronte all’altra, che guardavano fuori, avvolti dal rumore monotono del treno.
Partiti da ‘su’, andavano verso Roma a trovare un’amica. Beh, non proprio amica.
Si erano conosciuti su Instagram.

Irene e Luca amavano quel loro profilo di coppia: segreto – ma neanche troppo – perché alcuni amiche e amici ne erano a conoscenza e li seguivano curiosi ed eccitati.

Adoravano fotografarsi mentre scopavano, raccontando storie in bianco e nero, a volte mosse, a volte sfuocate, a volte perfettamente a fuoco. Sì, ‘fuoco’ era la parola chiave.

Irene aveva 29 anni ma sembrava una bambina. I riccioli rossicci, le lentiggini, le camicette da scolaretta che erano la sua passione, e i baschi.
D’inverno ne indossava sempre uno, proprio come quel giorno: era arancione spento, perfettamente intonato al colore dei capelli.

Lo chiamò con lo sguardo e, quando lui rispose, aprì leggermente le gambe, mostrando il cavallo dei collant di lana sotto alla gonnellina a pieghe.
Sorrise maliziosa.
Sorrise pensando a Sara, che avrebbe finalmente visto quella sera.

Sara era totalmente diversa da lei.
41 anni, sposata, con una figlia di 13. La prima volta che aveva visto in foto quei capelli scuri, lunghi e pesanti sul seno pronunciato e ipnotico, si era istintivamente morsa le labbra.
E dopo qualche timido commento sotto alle foto, diventato presto reciproco, le loro chat si erano fatte roventi come la sabbia delle 13:00 ad agosto.

E Luca che la guardava estasiato mentre, con le guance in fiamme, la mano libera dal telefono si faceva strada lentamente sotto gli slip.

“Sabato andiamo a Roma”, le aveva detto un martedì sera, “Ti porto da lei”.

In comune avevano l’amore per uomini o donne che fossero: quello che le guidava era la scintilla dell’attrazione, qualunque cosa l’accendesse.

Sara intanto aveva accompagnato sua figlia a pattinare sul ghiaccio. La guardava volteggiare sicura e divertita sulle gambette sottili.
La sua mente era altrove però. Aveva detto a Carlo che sarebbe uscita con ‘le ragazze’ e che sarebbe tornata tardi. Lui non aveva fatto domande, in linea con il suo comportamento passivo e distante degli ultimi anni.
Il profilo Instagram che lei teneva di nascosto l’aveva salvata dal deprimersi, dallo smettere di sentirsi una donna. E se ancora non aveva affrontato il vuoto che si era creato tra loro era solo per amore di sua figlia.

Ore 21:00, appuntamento al bar dell’hotel. Sara lo conosceva bene, ci era stata diverse volte con i colleghi.
Aveva prenotato lì una camera per i suoi ‘amici’ in visita, sicura che avrebbero amato quel luogo vagamente naif che profumava di storie e di carta da parati geometrica.

Si era seduta dando le spalle all’ingresso: era la prima volta che quel suo spazio virtuale la portava a qualcosa di reale, ed era nervosa. Eccitata e nervosa.

Un tocco leggero sulla spalla, odore di ciliegia nell’aria, un ‘ciao’ dolce, ma fermo.

Succede. A volte ci si guarda negli occhi ed è una rivelazione, una porta che si spalanca, un frutto succoso da divorare.

Un’ora dopo, attorno al tavolino non c’erano pensieri ma solo i sensi, tutti all’erta. Risate, labbra contratte, fremiti, e quella mano di Irene che si era appoggiata leggera sulla sua guancia.

“Andiamo in camera” – disse Luca sorridendo.

Non era una domanda, sapeva bene che non aspettavano altro.

Irene camminava senza sentire il pavimento, come non avesse avuto peso.

Provava un profondo senso di gratitudine per quel compagno che aveva di fianco e per le infinite possibilità che la vita le metteva sul piatto. E lei aveva fame.

Seguì Luca dentro la stanza tirando Sara dalla mano e, non appena la porta si chiuse alle loro spalle, la spinse sul letto, illuminato solo delle luci della strada.
Le prese i polsi bloccandoli sulla testa e lei glielo fece fare, in un gesto di resa alla sua voracità, al matrimonio fallito, ai sensi di colpa, al piacere.
Le loro labbra accesero una miccia che fece esplodere le lingue in un cortocircuito di giravolte.
I seni che premevano gli uni sugli altri, in quei vestiti diventati improvvisamente troppo stretti.

Irene lasciò i polsi di Sara, le prese il mento e, tenendole la testa ferma, con un suono impercettibile le intimò: “Guardami”. Iniziò ad aprire la sua camicetta, bottone dopo bottone, tenendo lo sguardo fisso su di lei.
Quando si slacciò il reggiseno, lasciando libere quelle piccole mele lucide, Sarà le attirò verso di sé, iniziando a leccare tutt’attorno a uno dei capezzoli, mentre con il pollice e l’indice stringeva l’altro.
Sentì Irene gemere.
Poi si mise a sedere, dandole le spalle, e le chiese di tirare giù la cerniera dell’abito di seta nero, morbido e avvolgente proprio come lei.
Sotto non portava niente e questo le aveva fatto sentire ogni sensazione come amplificata, frutto di quel piccolo gesto ribelle che sapeva di una scelta, finalmente.

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Vestita solo di un paio di calze autoreggenti, spinse Irene a pancia in giù sul letto, le appoggiò il seno sulla schiena, premendo. Le annusò il collo e avvicinò la bocca al suo orecchio, sorprendendosi a dirle: “Sei mia”.

Le posò la fronte sul tatuaggio che aveva in mezzo alle scapole e scese piano, come fosse stata una carta carbone della sua pelle. Arrivò al culo, piccolo, tondo, una torta di compleanno, un cuscino accogliente quando vuoi appoggiarti.

Posò entrambe le mani sulle natiche, allargandole con delicatezza.

Con la bocca si fece strada nel mezzo, in quel luogo segreto e caldo, dando leggeri colpi con la lingua, che fecero inarcare Irene fino a spingerlo verso l’alto con un movimento a scatto.

La torturò ancora un po’ prima di prenderle i fianchi e farla mettere a quattro zampe.

“Non muoverti” – E raggiunse la borsa lasciata per terra per tirare fuori un piccolo dildo rosa con le stelline. Nel farlo, incrociò lo sguardo di Luca, che era rimasto solo con la camicia aperta, il cazzo duro, le pupille dilatate.

Si sorrisero, e in un attimo Sara fu di nuovo dietro a Irene. Iniziò a passare delicatamente la lingua tra le labbra, mentre faceva ruotare il giocattolino attorno al buchetto umido di saliva.

Quando la sentì davvero bagnata, lo spinse dentro, mordicchiandole il clitoride.

Un gemito. Il bacino seguiva con movimenti ritmici la danza, mentre con le dita si aggrappava alle lenzuola.
Sara la fece sedere con il viso direttamente sulla sua bocca, continuando a muovere il dildo dentro e fuori dal culo. Con la punta della lingua spingeva avanti e in alto, mentre l’odore liquido della vita le mandava in tilt il cervello.

Secondi di silenzio, come l’attimo prima di un terremoto, e poi un urlo profondo e selvaggio riempì la stanza.
Irene aveva avuto la sua ‘piccola morte’ e ora, accasciata e ansimante, si spostava più in giù baciando Sara con dolcezza e gratitudine. Lingue che ballavano un tango, interrotte all’improvviso dai gemiti rauchi di Luca, che non riusciva più a contenere l’eccitazione di trovarsi nella giungla, dove l’istinto è l’unica legge.
Il pavimento inondato di liquido, senza nessuna voglia di frenare il frutto biancastro di quel momento.

Irene lo guardò soddisfatta e gli fece un cenno con la testa. Fu in quel momento che Sarà si trovò a gambe completamente spalancate, accessibile come non era da tempo.

Due lingue si occupavano di lei, toccando punti che non riusciva a identificare, dita che entravano e uscivano, una, due, tre, non c’erano più confini né pensieri. Non c’era niente al di fuori di quel microcosmo di piacere senza forma.

Iniziò ad ansimare forte, sempre di più, fino a esplodere in uno tsunami che bagnò il letto e i visi stropicciati di Luca e Irene.

Terminò così, in un abbraccio in cui la tenevano tra sé come una cosa da proteggere, un gesto d’amore, di quegli amori che non iniziano e non finiscono.
Solo un momento sulle stesse identiche onde di frequenza, che non chiede nulla in cambio.

Scritto da: Calipso

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