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Rivoluzione musicale e attivismo: intervista con i Queen of Saba

Abbiamo deciso di fare un’intervista ai Queen of Saba, il duo elettronico veneziano con un’anima analogica composto da Sara Santi e Lorenzo Battistel. Fin dal primo ascolto di Fatamorgana ci siamo innamorate della loro musica, ma soprattutto ci è piaciuto il loro modo di esprimersi e raccontarsi, senza paura di dire quello che pensano e di esporsi in prima persona. 

Queen of Saba seduti

Noi conosciamo bene la vostra musica, ma come vi piacerebbe presentare i Queen of Saba a chi ancora non vi conosce?

Per chi non ci conosce ci sono tre cose da sapere: non abbiamo peli sulla lingua, vi facciamo ballare fino allo sfinimento e odiamo il capitalismo. Anzi, ce n’è ancora una: siamo degli inguaribili sottoni.

Qual è l’elemento principale che caratterizza il vostro progetto?

La cosa più bella del nostro progetto, per noi, è che siamo un miscuglio intersezionale di aspirazioni, di lotte e di influenze musicali: nel nostro essere artisti indipendenti c’è la scelta di non conformarci alle aspettative, di creare un pop fluido, queer, arrabbiato e dissidente.

È uscito da poco il vostro album “Medusa”, da dove nasce l’idea di scegliere questo nome?

Ci piaceva l’idea, dopo il nostro primo album “Fatamorgana”, di omaggiare un’altra figura femminile bistrattata dal mito e dalla storia: Medusa, una creatura incompresa, che nelle primissime raffigurazioni è rappresentata come un individuo non binario, un corpo trans e non conforme con attributi sia maschili che femminili. È questa versione di Medusa che ci ispira e ci invita a farci delle domande, guidandoci a passo di danza e aprendo la strada a chi ha bisogno di un safe space per essere autenticamente se stessə.

Siete molto attenti ai diritti LGBTQIA+, in che modo cercate di promuovere l’empowerment attraverso la vostra musica?

I nostri testi affrontano argomenti cari alla comunità perché chi li scrive (Sara) ne fa parte, e quindi raccontando la sua esperienza di vita, le sue storie d’amore e la sua identità racconta un’esperienza comune a tante altre persone, che risuona in loro e gli dà la sensazione di essere ascoltate, viste, rappresentate.

Questa sensazione è quanto più preziosa, quando la società ciseteronormativa che ci circonda ci fa sentire fuori posto, ci tratta come persone di serie B, minaccia la nostra esistenza, pratica una violenza sistematica sui nostri corpi.

Ci è capitato che, dopo i concerti, qualcunə venisse a parlarci e ci ringraziasse per aver usato le parole che aveva bisogno di sentirsi dire per trovare il coraggio di fare coming out, per esempio, ma anche semplicemente per sentirsi meno solə.

Abbiamo bisogno di essere ascoltatə e abbiamo bisogno di arrabbiarci insieme, di usare le armi dello stesso linguaggio che ci usa come bersaglio, trasformare le punchline contro di noi in calci in faccia a suon di “CAGNE VERE”. La lotta può partire anche da un concerto.

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Spesso quando si parla di diritti LGBTQIA+ si usa troppa retorica. Credo che gli artisti possano fornire un punto di vista fresco e interessante sul tema. C’è qualcosa che vi piacerebbe raccontare in maniera nuova o diversa?

Secondo noi si rischia di sfociare nella retorica spicciola quando ci si dimentica dell’intersezionalità: quando si difendono lə figlə delle famiglie arcobaleno, ma non le vite dellə bambinə palestinesi a Gaza; quando si lotta per il matrimonio egualitario, ma non per il salario minimo.

Non è una questione di benaltrismo, ma di capienza di pensiero e della consapevolezza che la lotta è una sola, perché l’oppressione si genera nello stesso bacino.

Come non basta dipingere una panchina di rosso per dimostrare il proprio impegno contro la violenza di genere, così non basta più scrivere una canzone “a tema LGBTQ” per essere consideratə alleatə – è più o meno l’equivalente di indossare i calzini arcobaleno durante il pride month.

Per non parlare poi del pietismo con cui vengono raccontate le storie delle persone queer: sembra che per essere considerati esseri umani dobbiamo per forza suscitare compassione, come se la nostra identità fosse una condizione intrinsecamente dolorosa.

Ci piacerebbe invece raccontare la gioia di essere non-binary e la passione per il cunnilingus, senza dimenticare la rabbia e la lotta. Vorremmo portare nella nostra musica l’atmosfera elettrica delle manifestazioni in piazza, il senso di comunità e il sollievo di trovarsi in uno spazio sicuro.

Ci raccontate qualcosa in più sul vostro processo creativo quando si tratta di scrivere canzoni che parlano di temi così importanti? Qual è il ruolo dell’ispirazione personale nel vostro lavoro?

Non c’è un metodo di lavoro standard nella stesura delle nostre canzoni. A volte partiamo da un’idea di un argomento che vogliamo affrontare, a volte da un’atmosfera che vogliamo creare, a volte da qualche esercizio di stile.

È affascinante per noi vedere come le canzoni difficilmente rispecchino le aspettative iniziali e invece, quasi come avessero vita propria, si plasmano a seconda di fattori diversi per arrivare a un risultato finale che spesso è totalmente differente da quello che ci aspettavamo.

L’ispirazione è importante, a volte può essere la scintilla che fa partire il processo. Più spesso invece è il lavoro quotidiano di scrittura che porta a dei risultati.

Queen of Saba

Trattando di tematiche così importanti, quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato? 

Ultimamente la sfida più difficile è stata gestire la mole di notizie terribili, dolore, rabbia e frustrazione che è arrivata addosso a noi come a (quasi) tuttə senza perdere il lume della ragione. Trovare un equilibrio tra tenersi informati, esprimere il nostro dissenso, veicolare messaggi importanti da una parte, mantenersi lucidi, preservare la nostra salute mentale e la nostra fonte di guadagno dall’altra, è uno dei dilemmi più complicati in cui ci siamo mai ritrovati.

Siamo artisti indipendenti, e quindi condannati, almeno per ora, a cedere al ricatto economico delle piattaforme che ci preferirebbero attivisti occasionali, quel tanto che basta per nutrire l’algoritmo. Ma ci rifiutiamo di accontentarci dell’etichetta di “band LGBTQ” (come siamo stati definiti) utile a posizionarci in una casellina da spuntare.

Ci sono storie che vi hanno particolarmente toccato o da cui avete preso ispirazione?

Nel nostro ultimo album c’è tutto quello che abbiamo masticato e digerito negli ultimi due anni: dagli episodi di revenge porn a cui opponiamo la rivendicazione della libertà di fare sexting con chi ci piace (vedi Lingua in Fiamme) ai lacrimogeni che Sara si è preso in Val di Susa (vedi ACAB) e le manganellate che si sono presə lə studentə nei cortei pacifici (vedi Sentimi Sentimi Sentimi).

Il mantra di Nina è “goditela”. Per noi la sessualità deve essere vissuta in maniera libera e consapevole, senza schemi o pregiudizi. Che significato ha per i Queen of Saba, “goditela”?

Per noi adesso goditela significa lasciare andare, ritrovare un po’ di leggerezza e divertirci come matti ai futuri live: il nostro primo tour nei club è alle porte e sarà un’occasione per creare spazi di lotta e di amore al di fuori dei social, per segnare quei palchi con parole viscerali e pregnanti, per riconoscerci e tenerci per mano mentre bruciamo tutto.

Non ci resta che ringraziare i Queen of Saba, non vediamo l’ora di venire a sentirvi al vostro prossimo live!

Scritto da Talitha

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