L’insegnante

di Ryw Gekido

 
Una piccola nota prima delle lettura: questo racconto, per quanto basato su una fantasia di sesso non consenziente – consenziente, può essere ritenuto “forte” da alcun* lettor*, quindi se non siete confident con l’argomento vi preghiamo di cambiare pagina.
In Nina ci piace che le fantasie siano libere, e per quanto possibile non censurate, ma ci teniamo che tutti siano a proprio agio navigando o leggendo sul nostro sito. Buona lettura!
perdere la verginità senza sangue

– Mi raccomando, domenica alle 23 in punto ti voglio dentro. Lunedì mattina abbiamo i lanci.
– Stia tranquillo, sergente. Non mancherei per nulla al mondo.
La guardia solleva la sbarra e il portone della caserma Gamerra si chiude alle mie spalle.
La Peugeot di mia sorella è parcheggiata in fondo al viale: apro lo sportello e Giorgia mi investe con un fiume di parolacce.

– Vuoi muoverti, dannazione, l’aereo per Cagliari parte tra un’ora! – Tranquilla; se passi dall’Aurelia, a quest’ora c’è poco traffico. Strabuzzo gli occhi quando sorpassa un mercedes.
– Ti offendi se mi allaccio la cintura? Sai con la tua guida…

– Se ti fossi mosso prima, ora non sarei costretta a fare lo slalom.
– Cazzo volevi farmi evadere dalle finestre della camerate?
Mi guarda torva prima di scalare in terza per un altro sorpasso al limite della follia.
– Ma non sei tu quello che si lancia dagli aerei? – ride mentre si infila nel parcheggio dell’aeroporto.

Entriamo dalla porta a vetri e Giorgia si precipita alla biglietteria, mentre io fatico con la sua valigia e il mio zaino.
Dalla direzione opposta distinguo un’elegante silhouette che trascinando una grossa valigia, mi viene incontro.

Rallento l’andatura per avere più tempo per squadrarla.
Un minitailleur grigio cenere fascia delle irrequiete forme: un seno prorompente preme sulla giacca e la vita strettissima crea l’effetto a clessidra mettendo in evidenza un sedere pronunciato e tonico che fa sollevare la gonna del tailleur quel tanto che basta per mozzare il fiato a tutti i viaggiatori. Due vertiginosi tacchi sostengono tutta la figura e mentre faccio queste ludiche riflessioni vengo trafitto da due profondi occhi neri.
– Mi scusi, ha da accendere? – mi chiede, con aria spazientita.
Rimango piacevolmente sorpreso e senza fare ulteriori congetture, estraggo l’accendino dal pacchetto delle Malboro: osservo la fiammella e la guardo aspirare la sua Camel che contrae le guance e noto i suoi zigomi pronunciati, ma le strie sotto gli occhi tradiscono i suoi quarant’anni ben conservati da un abbigliamento elegante, sensuale e aggressivo.
I capelli corti, ricci, castani e vaporosi nascondono due orecchie minute.
– Mi scusi ma, lei davvero va in giro da sola con una borsa così pesante?
Espira una boccata di fumo e mi guarda smarrita.
– In effetti sarebbe dovuto arrivare quel cafone del mio ex marito, ma credo a questo punto dovrò cercarmi un taxi.
– Mi spiace… questi uomini, talvolta inaffidabili – rido.
Lei sorride amaramente e saluta con un cenno del capo.

Vedo Giorgia in lontananza che si sbraccia alla biglietteria.
La raggiungo con poche falcate.
– Tieni – dico buttandole la valigia ai suoi piedi e voltandomi.
– E tu? – mi chiede smarrita – non…?
– No. Ho avuto un contrattempo.
– Ma…?
– Di alla mamma che sono consegnato – rispondo io ridendo – a proposito, dammi le chiavi della macchina.
Mia sorella mi guarda sospettosa e sorride.
Le do un bacio sulla guancia – Salutami Thomas. Digli che ci vediamo per Natale.
– Non combinare stronzate – ride – ti voglio bene, fratellino.

Arrivo all’ingresso dove la fila dei taxi aspetta i passeggeri appena sbarcati.
Fortunatamente tutti i taxi sono via e vedo la musa delle mie fantasie. Si, vabbè, ha quasi l’età di mia madre ma… chi cazzo se ne fotte?

– Salve – saluto simulando indifferenza – l’hanno lasciata a piedi?
Lei si volta e mi guarda sorpresa – Già. Ho perso tempo cercando quello sfaticato del mio ex, e ora sono a piedi.
– Che gente cattiva – scuoto la testa – lasciare una bella donna come lei con un ingombrante bagaglio, in aeroporto, in preda a chissà quale malintenzionato – la mia faccia tosta è palese e non faccio nulla per camuffarla.
Lei ride – Mentre invece tu saresti quello serio, suppongo – scorgo un pizzico di sarcasmo.
– Ovviamente. Garantito dall’esercito italiano. – mostro orgoglioso la spilla appuntata sul mio basco rosso, dove due ali abbracciano una spada sorretta da un paracadute.
Mi guarda in tralice – Siete così pazzi da buttarvi da un aereo e vorreste passare per affidabili?
– Sono sempre in tempo per dimostrarlo – dico, afferrando l’ingombrante valigia e caricandomela in spalla, facendo uno sforzo inaudito solo per mostrarmi determinato.
Mi dirigo a passo deciso verso la Peugeot ascoltando il ticchettio dei suoi tacchi che mi camminano affianco. Rido sotto i baffi.
Butto il mio zaino dentro il bagagliaio mentre infilo la sua valigia sui sedili posteriori e tenendo lo sportello aperto, le faccio cenno di salire.
– Grazie – mi dice con un sorriso.

Esco velocemente dal parcheggio e mi inserisco lungo via Eugenio, ma arrivati alla rotonda ci fermano a un posto di blocco.
Esibisco il tesserino militare ma il brigadiere è zelante e chiede anche libretto di circolazione. Quando chiudo il cassetto del cruscotto, una perversa idea si illumina nella mia crudele mente. – Dove ti porto? – chiedo quindi alla mia sensuale passeggera.

– A Villa Corliano. So dov’è: un amico una volta ci ambientò un libro horror. Ho notato che hai un profumo esotico – fingo di cambiare argomento – come si chiama?
– Ma… nulla di che – fa lei, rilassandosi sul sedile – si tratta di essenze tropicali che una ditta farmaceutica di un mio amico sta elaborando. Ti piace? – mi chiede con malizia, porgendomi il polso sinistro.

– Buono – faccio io – somiglia ad un prodotto che mia sorella sta mettendo a punto con alcuni colleghi della facoltà. Ne ho giusto un flacone dentro il cruscotto – dico indicando lo sportello da aprire – Lei frequenta la facoltà di chimica – aggiungo, notando che Lucrezia, questo è il nome della mia ospite, mi guarda confusa – e la macchina è sua. L’ho accompagnata all’aeroporto perché doveva rientrare a Cagliari.

Lucrezia ormai curiosa, apre il cassetto del cruscotto. Afferra il flacone a lato e ne annusa il contenuto.

Sono quasi arrivato a San Giuliano e mi accosto ad una piazzola d’emergenza.
Mi devo muovere: l’effetto del cloroformio non durerà in eterno.
Immobilizzare Lucrezia con le funicelle degli stivaletti da lancio è semplice, ma non posso tenermi una donna legata e imbavagliata seduta nel sedile del passeggero.
Ma certo… perché non ci ho pensato prima?
Vuotato il contenuto della valigia della donna in una grossa busta nera, unisco il suo collo alle sue ginocchia con la cinghia dei miei pantaloni e la infilo dentro la sua stessa valigia.
Devo solo stringere un po’ di più i suoi polsi dietro la schiena, cercando di farle unire anche i gomiti usando delle corde reperite dentro il bagagliaio e il pacchetto è fatto.
Lucrezia comincia a lamentarsi, ma senza esitare chiudo la lampo della provvidenziale valigia e la poggio nuovamente sui sedili posteriori.
Mi rimetto in strada e scorgo un B&B sulla destra.
Alla reception c’è una simpaticissima signora bionda con un sorriso smagliante.
La struttura è rustica; muri in pietra e travi ai soffitti le danno un aspetto romantico.
– Deve trattenersi molto? – chiede, con l’agenda in mano.
– Solo fino a domenica sera, ma posso pagare fino a lunedì mattina.

– Perfetto, ecco le chiavi: noi per il weekend saremmo a Firenze da mia sorella e le lasciamo lo stabile a disposizione.
I miei occhi brillano. Non potevo sperare di meglio.
– Colazione al bar qua di fronte da Teresa – continua la gentile signora – mentre per cena, questo è un buono sconto per la pizzeria “Le terme”: telefoni prima e gli dica che la manda Angelica.

– La ringrazio, gentilissima. Io vado in camera e le auguro buon viaggio – le strizzo l’occhio trascinando con fatica la valigia.
Fortunatamente la mia camera è una depandance al pian terreno, quindi non devo sollevare la bella Lucrezia su per le scale. Anche se pesa grosso modo cinquantacinque chili, sarebbe stata comunque una faticaccia portarla ai piani superiori.

Chiudo a doppia mandata la porta alle mie spalle e la prima cosa che faccio è verificare la presenza di un box doccia in vetro o plexiglass: odio quelle tendine di merda che svolazzano sotto il getto dell’acqua calda.

Quando apro la valigia, la prima cosa che scorgo sono gli occhi furenti della mia deliziosa ospite. Sensuale, si contorce disperata, cercando di liberarsi da quei nodi.
Mi spiace, bellezza, ma quei nodi sono fatti da un bagnino.
A qualcosa sarà pur servito farsi sfruttare per tre estati dai proprietari degli stabilimenti balneari in Costa Smeralda: trombarmi le loro figlie e mogli, è stato il contentino per impedirmi di denunciarli. – Ora ti faccio uscire, quindi fai la brava – le dico per tranquillizzarla.

Appena la poggio sul letto comincia a dimenarsi selvaggiamente e rotola per terra.
– No, non ci siamo – le dico, osservando i titolari della struttura salire in auto e uscire dalla proprietà – Mi costringi a punirti severamente.
Lei mugugna rabbiosa e mentre l’afferro per provare a riportarla sopra il letto, prova a mordermi una spalla :decido di passare alle maniere forti.
Afferro le corde da alpinismo che mia sorella, con la fretta ha lasciato dentro il bagagliaio; prendo un capo della corda e lo faccio passare oltre la trave del soffitto come se volessi sistemare un’altalena.
Lucrezia è al suolo, che si contorce rabbiosa, imprecando contro la sua sfortuna. Mi guarda disperata, aspettando che il suo destino si compia.
Non devi avere fretta, dolcezza: abbiamo tutto il weekend.
I suoi avambracci sono quasi uniti per i gomiti dietro la schiena e i polsi sono stretti tra loro e uniti a una corda che passa sotto le natiche tra le cosce, per andare ad unirsi ai lacci che le fasciano il collo. Il collo è stretto da una cinghia che lo tiene premuto verso le ginocchia e le caviglie sono strette tra loro.
Il tailleur è ormai un grumo di indumenti zuppo di sudore e lacrime, ma fa sempre la sua sensuale impressione. Dopo lo taglierò con le forbici che ho visto in reception.
Prendo infine un capo della corda che ho fatto passare sulla trave e lo faccio scorrere per la vita di Lucrezia, annodandolo dietro la sua schiena.
Prendo in mano l’altro capo di corda e comincio a sollevare la donna da terra.
Lucrezia si spaventa, accorgendosi che la sto sollevando di peso.
Tendo le corde fino a sollevarla completamente e sento le sue rabbiose imprecazioni per la scomodità della posizione.
– Fai la brava? – Le chiedo divertito.
Risponde qualcosa di incomprensibile e mi sfugge un sadico sorriso.
Lego il capo della corda alla stessa corda che le cinge la vita e la lascio sospesa, cercando il suo viso.
– Dunque – mi sforzo di dire con serietà – noi dobbiamo passare in questo romantico nido l’intero weekend, e considerato che è venerdì pomeriggio, ritengo non sia il caso tu mi disubbidisca. Giusto? – chiedo in maniera retorica.
– Se mi prometti di fare la brava, abbasso un po’ le corde in modo di permetterti di poggiare bene le piante dei piedi a terra, se invece protesterai, ti appenderò come un salame e resterai così fino all’ora

di cena.
Lucrezia sgrana gli occhi nel sentire quest’ipotesi e fa capire con uno sguardo remissivo, che sarà docile e obbediente.
– Bene. Ti faccio scendere un po’, ma mi raccomando…
Lascio cadere le parole come una velata minaccia e sciolgo lentamente il nodo che la tiene sospesa a mezz’aria.
La corda si allenta pian piano.
Nel momento in cui le dita poggiano sulla pregiata moquette, mi fermo e annodo nuovamente il capo della corda all’altro capo che le cinge la vita.
Mugugna infastidita.
La cosa mi diverte ma mi irrita allo stesso tempo.
– Vedo che non ci siamo – Lucrezia non mi vede in volto perché il suo viso è premuto contro le ginocchia, ma probabilmente, il tono della mia voce la intimorisce, in quanto smette immediatamente di protestare.
Storco la bocca, sedendomi a terra per far si che mi possa vedere in volto.
– Cerca di capire – le dico serafico – io mi faccio in quattro per te, cerco di sistemarti nel modo più comodo possibile – lei abbozza un’espressione confusa che mi infastidisce – e tu per ringraziarmi, fai le bize come una cavallina capricciosa per farmi arrabbiare.
Il suo sguardo si fa dolcissimo. Ha imparato rapidamente a comunicare con gli occhi. Un ottima studente, nulla da eccepire.
Ho avuto una fantastica idea.
Amo la donna che mi supplica con lo sguardo.
Le do’ un bacio sulla fronte e mi alzo da terra.
– Vado a farmi una doccia – le do una pacca sul sedere e mi dirigo verso il bagno – non muoverti fin quando non torno.
Una doccia calda ha il magico potere di astrarmi dal mondo. Mi rilassa e mi aiuta a riflettere e quindi prendere le migliori decisioni.
Di ritorno dal bagno trovo Lucrezia immobile come l’ho lasciata mezz’ora fa, cerca di poggiare il peso del corpo da un piede all’altro, facendo divertenti saltelli per distribuire il peso del corpo da una parte all’altra.
Dalla muscolatura e l’agilità sfoderata, in passato deve essere stata una ballerina, o una ginnasta, ma qualcosa mi suggerisce che la signora si tiene tutt’ora in costante allenamento.
Soggetto molto interessante.
Devo addomesticarla.
Un impegnativo weekend di fatica e impegno mi attende. Ma sono convinto mi darà molte soddisfazioni.
La donna saltella ancora poggiando timidamente le punte dei piedi a terra ed è qui, che il mio sadico piano si materializza.
Mi stendo a terra, ai piedi della donna.
Lei mi guarda basita: posizionato dietro le sue caviglie le punzecchio il tallone sinistro con lo stuzzicadenti; si sente perduta.
Comincia a saltellare disperatamente.
I suoi piedi danzano impazziti.
Rido divertito e continuo con questo sadico gioco per svariati minuti.
Le reazioni della donna sono scomposte, alternando gridolini soffocati, a risate strozzate e urla disperate attutite dallo straccio che le ho messo tra le mascelle. I piedi ormai stremati cercano invano requie che mi guardo bene dal conceder loro e mi diverto oltremodo a punzecchiarli ripetutamente.
Quando alzo la testa sono quasi le cinque del pomeriggio.

– Come stai, dolcezza? – Le dico guardandola in viso.
La sua espressione è stravolta. Un misto tra disperazione, paura e lacrime. Bellissima.

Non resisto oltre. Le schiocco un bacio sulla fronte e sul naso doppiato da un altro per guancia. Voglio che percepisca il mio affetto.
Non voglio esagerare; voglio che capisca che è in buone mani.
– Tieni conto che se urli, non ti sentirà nessuno in quanto i padroni sono usciti – le dico mentre le sciolgo il bavaglio – e sarò costretto a punirti ulteriormente.

– … no… no… per favore – biascica lei.
Le slego anche la corda che la tiene sospesa alla trave e la faccio delicatamente poggiare a terra.
La libero dalla cinghia che le tiene il collo premuto alle ginocchia e pian piano Lucrezia, aiutata dai miei movimenti, cerca di prendere una posizione più naturale.
Mi guarda come aspettandosi che le liberi anche le mani, ma il mio sguardo è abbastanza eloquente. – Ti prego – supplica con un filo di voce – non cercherò di fuggire, lo prometto.
– Hai ancora molto da apprendere – dico categorico – e le mani non ti servono se non, quando mi servirai la cena più tardi.
Mi guarda bieca, con uno sguardo che non posso tollerare.
– Vedo che sei troppo indisciplinata – dico con sdegno – devo educarti con più severità.
Lucrezia sgrana gli occhi, temendo altre punizioni – No, no, no… non lo farò più, ti prego! – implora.
Questa pollastrella crede di impietosirmi.
Metto l’indice davanti alle labbra e sotto al naso, in maniera eloquente.
– Non è tempo per le domande: obbedisci o dovrò usare le maniere forti.
Lei stupidamente, va a sedersi sulla sedia che le ho indicato.
La aiuto ad alzarsi dalla sedia e la sistemo dietro la sedia, con ventre che poggia sulla spalliera. Solo allora mi accorgo che indossa ancora il suo sensuale tailleur.
– Dove ho messo le forbici? – chiedo tra me e me.
Lucrezia abbozza un sorriso. Ha probabilmente pensato che voglia tagliare le funicelle che le immobilizzano polsi e le caviglie. Rido beffardamente e comincio a tagliare la stoffa.
La sventurata sgrana gli occhi.
– No no no il mio completo Armani! – è ridicola. Piagnucola mentre cerca di divincolarsi.
– Giuro che se mi liberi le mani….
– Preferisci penzolare per tutta la sera dalla trave? – le indico la corda che dondola sporgente dal soffitto.
– No… – biascica con un filo di voce – ti prego, sii buono. Slegami…
– Non ci penso nemmeno – dico, continuando a tagliuzzare l’ingombrante tailleur.
Quando il lavoro è terminato, rimango senza fiato. Due marmorei glutei sono separati da un perizoma nero e la sua vita è cinta da un prezioso reggicalze in pizzo.
Il reggiseno sostiene due seni alti e sodi; glielo sfilo.
È veramente bella, perfettamente immobilizzata, in piedi, in intimo, che mi guarda angosciata, in attesa delle mie decisioni.
Niente male per una donna di quarantasette anni.
Mi riprendo dalle mie elucubrazioni quando mi accorgo che i suoi occhioni neri e lucenti, mi fissano con timore reverenziale.
La prendo per i capelli e la piego dolcemente verso il basso, spingendo il suo busto oltre la spalliera della sedia fin quando la sua testa non poggia sul sedile gommato.
Prendo delle corde per fissare le sue ginocchia alla sedia e con un’altra corda che faccio passare sotto le sue ascelle, le fisso il busto sul fondo della sedia perché lei non possa ne alzarsi ne allontanarsi dalla stessa.
– Brava, così… sei bellissima – dico, ammirandola sinceramente – ora comincia la lezione.
– Ma…? – balbetta lei, confusa.
– Prima abbiamo giocato. Ora devo educarti.
– Ma…ma… ma… non ti vedo nemmeno… come…?
Una sonora sculacciata sul gluteo destro interrompe tutta quella serie di parole gettate al vento.
– Ahia – urla la sciagurata.

Un altro schiaffo sulla natica sinistra sferza la sua pelle chiara.
Rifletto un attimo.
Mi guardo attorno e prendo l’altra sedia presente in camera per sedermi di fronte a quei generosi glutei così mirabilmente esposti ed indifesi, che non aspettano altro che essere coccolati con i dovuti modi.
– No dai… fai male, davvero… – le sue parole sono interrotte da un altro schiaffone – ahi…che modi! Perspicace.
– Dunque, cominciamo a fare i seri – dico in tono solenne – non voglio più sentire lagne – e le assesto un’altra sculacciata – sono stato chiaro? – chiedo, con un tono di voce sostenuto sovrastando le sue inutili proteste.
– Ma non puoi pretendere che… aahhh – grida nuovamente quando le arriva l’ennesimo schiaffone subito doppiato dall’altra mano.
– Se non la pianti di frignare, invece delle mani prenderò una verga da quei rami che sono in cortile. Le sento ingoiare la saliva. Ha paura e la cosa mi riempie d’orgoglio.
– Va bene va bene… ma devi capire anche tu che non posso resistere quando…
Mi sono veramente scocciato. Colpisco in sequenza quegli invitanti glutei e non mi fermo fin quando non vedo la pelle colorarsi di un rosso acceso.
Un bell’effetto.
Lucrezia cerca di trattenersi, ma capisco che il suo desiderio di lamentarsi è ancora molto forte. Decido di utilizzare la mia cintura e la sventolo in aria per verificarne la manovrabilità: schiocco una frustata sulle natiche. L’effetto è superlativo.
La donna contrae le natiche come fossero state attraversate da una scossa elettrica e la sua schiena cerca di sollevarsi, frenata dalla corda che la tiene con il viso premuto contro il fondo della sedia. Mi siedo quindi comodamente alle sue spalle e mi organizzo il lavoro.
– Ahi ahi… no no no, dai, ti prego, no. Non vorrai usarla.
– Ahimè si, mi trovo costretto ad usare questo supporto per educarti in maniera più efficace.
– No no dai… farò la brava, prometto – sublime. Dalla voce capisco che sta cominciando a capire – ma non colpirmi con quell’arnese!
– Devo istruirti, lo sai – dico con la massima serietà – ma se apprenderai velocemente, non dovrò faticare tanto.
Sento un’imprecazione accompagnata da altre lamentele – che faccia tosta: mi stai torturando, mi stai facendo impazzire ma sembra che la fatica la stia facendo tu.
Sollevo la cinghia e la colpisco con una violenta frustata.
Lucrezia urla di genuino dolore.
– Silenzio – mi impongo io – più ti lamenterai, più questa punizione sarà intensa e più tardi cominceremmo il processo di educazione.
La donna si contorce disperata provando a voltarsi per vedermi in viso: ha una patetica reazione subito fermata dalle corde che la tengono saldamente ancorata alla sedia.
Riprendo quindi a colpire le sue natiche, alternando qualche colpo verso le cosce con un ritmo incalzante e costante.
– Pietà pietà – urla infine – farò quello che vuoi, ma fermati – le parole si confondono con i singhiozzi e rallento la punizione.
– Hai deciso di comportarti bene? – le chiedo paziente.
– Si, si si ma fermati fermati… non resisto più…
Massaggio quei glutei tormentati e faccio fluire il sangue su tutta la superficie. Qualche pizzicotto sulle cosce richiama il sangue anche nelle zone più chiare. Cinque minuti dopo i glutei di Lucrezia hanno un colore rosso omogeneo e sono pronti per ulteriori trattamenti.
– Ora conterai le frustate.
– No no no… fa male, ti prego. – le sue urla sovrastano la frustata successiva, quindi riprendo a colpire a ritmo cadenzato per farle capire che deve obbedire e non parlar di sua iniziativa.
Mi avvicino a quelle rosee natiche e ne addento una, non resistendo più a quella visione.
Lucrezia mi afferra i capelli con le mani annodate dietro la schiena e mi tira verso di se.

Mi alzo in piedi e libero le sue caviglie, quindi i suoi polsi, che immediatamente vanno a poggiarsi sul fondo della sedia. Nel mentre mi tiro giù la lampo della drop.
Mi levo velocemente la camicia della divisa e prendo la mia focosa amante da dietro, come un animale.

Il fallo scivola dentro le sue intimità, facilitato dalla posizione che Lucrezia assume inarcando la schiena: cominciamo a muoverci travolti da un selvaggio desiderio .
I suoi gemiti invadono la mia mente: la vedo torcersi di piacere spingendosi verso il mio bassoventre.

Mi spingo più in fondo muovendomi con frenesia: non le do’ neppure il tempo di respirare; lei sente solo male e piacere.
Si contorce; vedo le sue cosce irrigidirsi e spingo più forte, più veloce…
Lei mugugna.

Le sue natiche mi riscaldano, come la sua suadente voce eccita i miei pensieri: è calda e pronta…capisco che sta per venire e smetto di controllare i miei movimenti.
Veniamo insieme. Fantastico!

Esco dalle lenzuola, sono fradicio. Guardo la sveglia – Cazzo. le venti e trenta.
– Embè? – dice quella smorfiosa – non vorrai mica scappare. Chiama la pizzeria perché ci consegnino due pizze.
– Ma… – cincischio – volevo uscissimo a fare una passeggiata.
– No no no… non perdiamo tempo prezioso – mi dice sorniona – sono stata troppo indisciplinata e devi continuare a punirmi, ricordi?
– Ancora? – sgrano gli occhi esausto – vorrai farmi respirare, almeno? Abbiamo altri due giorni.
– Guarda che se non ti riveli un master all’altezza delle mie esigenze, tua sorella, dopo la laurea, se lo sogna quel contratto da ricercatrice alla Normale nel dipartimento di scienze…

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