LA NOSTRA FEMMINILITÀ HA UN PREZZO E SI CHIAMA TAMPON TAX

Il femminismo è tornato. O meglio è cambiato. Nostalgiche degli anni ’70, chi più chi meno, non abbiamo mai smesso di essere femministe. A modo nostro, oggi lo gridiamo praticamente ovunque, ciascuna con la propria voce e con la propria passione.

Che sia un femminismo cool, come qualcuno l’ha definito, o un femminismo 4.0 come lo definisco io, oggi noi donne abbiamo una maggiore e migliore considerazione di noi stesse e del nostro girl power. But, nessuno dice che sia ancora così facile sopravvivere in questo mondo che non è fatto di sole ovaie, ahimè! Parità nel sesso e in amore non è ancora abbastanza nel 2018 e stare dalla parte dell’empowerment femminile costa, in tutti i sensi.

Storia triste, ma vera, se c’è una cosa (l’unica) che Sex & The City non ci ha insegnato in 6 stagioni e due film è il gender pricing, ovvero quella strategia che il marketing di genere ci palesa ogni volta che decidiamo di prenderci cura di noi stesse, che sia dall’estetista o dal nostro parrucchiere di fiducia, o quando decidiamo di farci un regalo. O semplicemente – per arrivare al punto – quando una volta al mese il nostro ciclo mestruale ci ricorda che, hey!, non abbiamo ancora vinto la battaglia dell’iva sugli assorbenti e le proposte di legge pro-donne rimangono impantanate in Parlamento. Chi ricorda la tampon tax? Nessuno, probabilmente. La proposta di abbassare l’iva dal 22% al 4% presentata dai due deputati di Possibile, Pippo Civati e Beatrice Brignone nel gennaio del 2016, è rimasta ferma lì in deposito e mai discussa. Traduzione: anche le nostre mestruazioni hanno un prezzo. Per il governo italiano, infatti, gli assorbenti non sono dei beni essenziali e quindi classificati nella stessa categoria di vestiti, scarpe, elettronica e così via.

La proposta di abbassare l’iva dal 22% al 4% è rimasta ferma lì in deposito e mai discussa

Ma c’è chi è più avanti di noi, per nostra (s)fortuna. Appurato che l’Italia non abbia nemmeno mai preso in considerazione la questione, lo stesso non si può dire dei nostri cugini francesi. La Francia ha, infatti, tagliato la tassa sugli assorbenti nel 2005, portandola dal 20% al 5.5%, mentre persino la tradizionale e ‘conservative’ Gran Bretagna la abolì già nel 2001. La stessa Unione europea nel 2016 ha classificato gli assorbenti come ‘merce essenziale’, di fatto aprendo un dibattito più consapevole sulla ‘gender tax’, e lasciando libera scelta agli Stati membri di abolire la tampon tax. L’Irlanda ha accolto le linee guida dell’Ue e ha detto bye bye alla tampon tax. Mentre la Scozia ha fatto addirittura di più. La Scozia ha, infatti, messo in campo un progetto pilota di 6 mesi da 42,500 sterline ad Aberdeen, che prevede la distribuzione di prodotti sanitari gratuiti (compresi gli assorbenti) ad almeno mille donne e ragazze provenienti da famiglie con un basso reddito. Un progetto che la parlamentare laburista promotrice dell’iniziativa, Monica Lennon, vorrebbe poter portare a livello nazionale e che potrebbe fare della Scozia il primo governo nazionale a sponsorizzare questo genere di politiche di welfare. L’idea è quella di coprire una spesa che ad ogni donna nell’arco della sua vita costa mediamente 5000 sterline. Non poche, se calcolate anche in euro.

In Italia la battaglia è ancora lontana (per lo meno dai tavoli di governo). Ma per fortuna non siamo sole. Oltre 50 mila persone hanno già firmato la petizione “Le mestruazioni non si tassano” per chiedere che gli assorbenti siano classificati ‘beni essenziali’. Le nostre ovaie non dovrebbero avere un prezzo. E nemmeno il nostro empowerment. Donne, (ri)prendiamoci la nostra femminilità, tassata.

Le nostre ovaie non dovrebbero avere un prezzo

 

Elania Zito

 

 

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