THE DEUCE E LA “GOLDEN AGE OF PORN”

Arte, porno e femminismo nella nuova serie TV di David Simon e George Pelecanos

 

Pare assurdo a ripensarci ora, ma c’è stata un’epoca in cui il porno era mainstream: una Golden Age durata soltanto 15 anni circa, tra il 1969 e il 1984, soprattutto negli Stati Uniti, che si colloca in un periodo storico incredibilmente favorevole all’emersione delle subculture sui media generalisti.
Alla fine degli anni ’60 la rivoluzione sessuale aveva fatto il suo corso e la società stava cambiando profondamente, i film mainstream iniziavano a parlare di sesso e ad essere anche da un punto di vista estetico più sessualmente espliciti, il softcore era diventato un genere di B-movie diffusissimo e di grande successo, ma soprattutto le leggi in USA stavano cambiando, e le forze dell’ordine erano sempre più inclini alla tolleranza così come la società nel suo complesso.

Il momento era sicuramente propizio per far uscire la pornografia dagli scantinati, e tutto ebbe inizio con Pornography in Denmark di Alex De Renzy, una sorta di incrocio tra il documentario, il film d’arte e l’exploitation che riuscì ad arrivare nei cinema grazie all’alibi della ricerca scientifica e incassò due milioni di dollari dell’epoca.

La vera svolta fu però Blue Movie di Andy Warhol, art film con scene di sesso non simulato (che viene considerato una della maggiori fonti di ispirazione, tra gli altri, per Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci) proiettato nel ’69 al Garrick Theatre di proprietà dello stesso Warhol. Promosso su Variety come “first theatrical feature to actually depict intercourse“, il film ebbe un’eco incredibile sulla stampa e divenne un caso non solo negli ambienti artistici ma anche tra la gente comune. Warhol era un personaggio celebre anche per la sua capacità di auto-promozione, ciononostante il film fu presto confiscato e ritirato dalla sala, ma ormai il primo passo era stato fatto: in pochi anni nei cinema americani arrivarono Mona (1970), Boys in the Sand (1971, primo porno gay ad uscire nei cinema ed essere recensito dal New York Times, oltre che primo ad aver ospitato i credits del cast&crew nei suoi titoli), il celeberrimo Deep Throat/Gola Profonda (1972), The Devil in Miss Jones (1973), The Opening of Misty Beethoven (1975) e Debbie does Dallas (1978).

Improvvisamente i critici cinematografici e il pubblico iniziarono ad interessarsi alla pornografia come forma espressiva e non come mero materiale masturbatorio, addirittura facendo pensare a molti che presto gli atti sessuali espliciti sarebbero stati considerati parte integrante di un film e non elemento definente del suo genere e della sua qualità. Venne coniata l’espressione “porno chic” e ci si rese conto dell’alto potenziale commerciale di questi film, che in fin dei conti erano prodotti a basso budget, al confine tra legalità e illegalità ma in grado di incassare anche dieci o venti volte il loro costo di realizzazione.

Norman Mailer ricorda, nel documentario Inside Deep Throat, la sensazione di stare vivendo in diretta una vera rivoluzione, che metteva insieme lo spirito rivoluzionario dell’arte e un’imprenditoria selvaggia ai limiti del legale: “It lived in some mid-world between crime and art. And it was adventurous.

E proprio per questa sua natura piratesca, la pornografia era destinata ad essere alla lunga avversata dall’industria cinematografica tradizionale e dalla società puritana, e in breve tempo le pellicole realmente pornografiche iniziarono a finire sotto processo per oscenità soprattutto a livello locale, spesso con vere e proprie persecuzioni come quella toccata a Linda Lovelace, protagonista di Gola Profonda.

Ma ad uccidere definitivamente l’ascesa del porno a genere riconosciuto non furono i processi o l’amministrazione Nixon, che non spaventavano più di tanto autori che sempre più cercavano di realizzare i propri film con un’ottica Hollywoodiana, aumentandone budget e qualità; paradossalmente, il porno venne ucciso dalla sua stessa appetibilità commerciale: con l’avvento del VHS nei primi anni ’80 la pornografia divenne così economicamente appetibile (e potenzialmente anonima) che personaggi di ogni genere si buttarono nel business, riportando il porno alla sua originaria funzione e percezione, tendenza esasperata poi dall’arrivo prima del porno amatoriale e poi di internet e delle piattaforme gratuite.

Il critico di Time Richard Corliss, recentemente scomparso, ha raccontato nel 2005 quest’epoca in un lungo saggio intitolato When Porno Was Chic e descrive i film di questa Golden Age of Porn con nostalgia e un tocco di romanticismo (“These weren’t always very good movies, but they were real ones, with earnest, sometimes accomplished actors, scripts that tried to be clever and increasingly professional production values. Just add screwing”); lo stesso tipo di fascinazione verso quest’epoca incredibile è alla base di una serie televisiva uscita nel 2017 su HBO, che vedrà la sua seconda stagione il prossimo settembre: The Deuce.

È impossibile parlare di The Deuce senza parlare dei suoi autori, David Simon e George Pelecanos, scrittori simbolo della “Prestige Television”, ovvero quella produzione televisiva che ha caratterizzato il decennio a cavallo degli anni ’90 e 2000, di cui HBO è stata la rete simbolo. Dedicata a un pubblico mediamente colto e benestante, la prestige TV raggruppa serie televisive tendenzialmente drammatiche (ad esempio, Breaking Bad) spesso interpretate da attori di alto livello spesso provenienti dal cinema (come True Detective) con budget produttivi molto alti (vedi Westworld o Game of Thrones), registi di prestigio (come Twin Peaks) e tratti da libri o opere famose (Big Little Lies).

Simon e Pelecanos hanno scritto alcune tra le serie più rappresentative di HBO e della Prestige TV, come The Wire e sono considerati, a ragione, tra i migliori scrittori televisivi drammatici della loro generazione, con un punto di vista estremamente liberal, quasi militante, e la predilezione per temi socialmente importanti. Ed è da questo approccio “socialista” che nasce l’idea di The Deuce, il cui titolo (deuce è un’espressione dickensiana per definire il diavolo) si riferisce ad una zona di New York, tra la 42esima strada e Times Square, conosciuta all’inizio degli anni ’70 per la presenza di un numero elevatissimo di sale grindhouse e soprattutto per il tipo di vita che lì si svolgeva, quella tipica dei bassifondi fatta di attività criminali e prostituzione alla luce del sole.

Nel Deuce, Simon e Pelecanos ripercorrono le origini del porno a partire dal sottobosco dello sfruttamento della prostituzione con un’ottica quasi marxista in cui i loro personaggi rispecchiano in modo pedissequo (ma mai didascalico) i vari livelli e funzioni della piramide dello sfruttamento, tra mafiosi onnipotenti e poliziotti corrotti, compresi gli osservatori forzatamente neutrali del crimine che si consuma ogni sera sulle strade come il barista interpretato da James Franco, personaggio che dà il via alla storia. Al livello più basso però, ci sono sempre le prostitute, le donne, che vendono il proprio corpo sottostando a diversi gradi di coercizione: dalle ragazzine appena arrivate a New York e tenute sotto schiavitù dai papponi, alle lavoratrici del sesso consapevoli del proprio ruolo nel mondo, fino alle prostitute di lungo corso indipendenti ma stanche della propria vita come Candy, vera protagonista della serie e interpretata da una Maggie Gyllenhaal intensa e coraggiosa nel mostrarsi.

Per parlare del perché Candy è un personaggio fondamentale, bisogna fare un passo indietro e premettere che non raramente, una produzione di prestige television significa autori maschi bianchi eterosessuali che raccontano storie per un pubblico simile a loro: quelle di antieroi tormentati dalle vite avventurose in cui le donne sono spesso personaggi secondari, oggettificati o sommariamente descritti, figure bidimensionali funzionali allo sviluppo tridimensionale dei protagonisti maschili quando non sono semplicemente mogli, figlie, tipe sexy, vittime di omicidi o cadaveri.
E Simon e Pelecanos sono a tutti gli effetti due uomini bianchi, cinquantenni e benestanti, alle prese con un racconto che parla proprio dell’oggettificazione e mercificazione del corpo femminile, dunque è difficile pensarli come portatori di uno sguardo fresco e rivoluzionario in questo genere di storie. Considerando che il cinema e la televisione non hanno fatto grossi passi avanti nella rappresentazione drammatica delle lavoratrici del sesso dall’epoca di Jane Fonda e della sua Bree in Klute (Una squillo per l’Ispettore Klute) era ragionevole aspettarsi un ritratto della prostituzione se non privo di sfaccettature, perlomeno fortemente ancorato ai cliché: la squillo dal cuore d’oro, la cattiva assetata di potere, l’ingenua vittima, la drogata e così via.

The Deuce, invece (anche grazie alla presenza di donne dietro la telecamera e nella writer’s room), sceglie coraggiosamente di offrire uno sguardo il più possibile neutro e realista in cui le prostitute sono esseri umani complessi ma coerenti a sé stessi, dipinti a 360° anche quando si tratta di ruoli minori. La scrittura di Simon e Pelecanos non ci risparmia nessuna crudezza e nessuna brutalità, ma non usa mai la violenza verso queste donne come mezzo per costruire l’atmosfera: anzi, rende ogni tragedia e ogni crudeltà parte integrante e giustificata della propria macchina narrativa, e non la sfrutta mai come mero mezzo per far evolvere i personaggi femminili e trasformarli in vendicatrici e badass. Come nella vita vera, le scelte di vita delle prostitute di The Deuce avvengono in conseguenza di eventi importanti o di piccolezze, la violenza è subita da uomini e donne come parte della propria esistenza in quel mondo e il vendere il proprio corpo per lavoro è percepito e descritto come una fatalità inevitabile o irrinunciabile a seconda del personaggio che la pratica.
Nel caso di Candy, un ruolo che per la Gyllenhaal ha comportato un forte impegno sia da un punto di vista attoriale – l’attrice si mostra in modo totalmente non glamour ed è spesso coinvolta in scene di nudo e sesso molto esplicite – che da un punto di vista creativo avendo contribuito personalmente al suo sviluppo, ci troviamo di fronte a una donna per cui la prostituzione prima e il porno poi rappresentano un veicolo di autodeterminazione ed espressione di sé.
Candy è il personaggio che meglio incarna l’epoca in cui vive, prostituta per necessità ma anche per atto di ribellione verso un’educazione repressiva che trova nel cinema pornografico un mezzo per emergere come artista e come donna all’interno della società maschilista.
Avvicinatasi al porno per caso e per evitare i rischi legati alla vita di strada, Candy capisce ben presto le potenzialità di quest’industria nascente per una donna che conosca al tempo stesso il mercato cui si rivolge e abbia la volontà e le capacità per cercare di affermarsi all’interno di essa.
Candy non entra nella pornografia per stare dietro le quinte e cercare un riscatto morale: ci entra come attrice per esprimere sé stessa e si scopre talentuosa anche come regista e produttrice, capace di percepire ciò che gli attori e gli attrici necessitano per esprimersi al meglio ma anche pienamente consapevole delle storie che vuole raccontare e di come vuole raccontarle.

C’è una consapevolezza femminista non banale nella figura di Candy, che The Deuce mette al centro della propria narrazione sia per una questione meramente utilitaria – come specchio dello spirito del tempo e chiave di volta del passaggio dal Deuce al più ampio mondo del porno chic – che emblematica, perché non è possibile raccontare una storia di prostituzione e pornografia realistica e ficcante senza tenere conto del punto di vista femminile.
Un punto di vista che in questo caso rispecchia perfettamente l’ambivalenza del porno per le donne: strumento di autodeterminazione incorniciato da un contesto di sfruttamento da parte della società maschilista, manifesto di liberazione sessuale che avviene però attraverso il compiacere lo sguardo maschile. È proprio questa ambivalenza del porno ad aver creato una profonda spaccatura sull’argomento all’interno del femminismo (notoriamente diviso su questo fin dagli anni ’70) e ad averlo tenuto fuori dall’ambito dei cultural studies accademici fino a tempi recentissimi.
Forse però è proprio questa ambivalenza, questa sua natura sempre a cavallo tra lecito e illecito, tra compiacimento dello sguardo maschile ed emancipazione della donna, tra questioni morali e questioni sociali, a contribuire al fascino della pornografia e rendere la Golden Age of Porn così affascinante a posteriori.
E il merito di The Deuce è anche quello di raccontare, con un’estetica e una produzione qualitativamente impeccabili, quest’epoca di avventurieri e pazzi che sognavano di costruire una società più libera a partire dal sesso e dalle strade più malfamate di New York.

 

Eugenia Fattori

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